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Nietzsche, da pensatore postumo e inattuale quale amava
definirsi, era consapevole di parlare non per i suoi contemporanei, ma
per i posteri, per coloro che avrebbero vissuto almeno due secoli dopo
di lui. Per noi, dunque, da poco entrati nel XXI secolo. Nessuno con maggiore
chiarezza ha saputo descrivere il nostro presente, l’ineludibile
decisione che ci attende. Siamo ancora, possiamo essere ancora mediterranei,
o questo mare su cui soffiano venti di guerra che lo spazzano via ha perso
ormai definitivamente la sua centralità storica? Oppure stiamo
forse ormai per diventare, se non lo siamo già, Atlantici, impavidi
navigatori oceanici, in un mondo che, a partire dalla scoperta dell’America
e dalle prime circumnavigazioni del globo, ci ha introdotti in quella
che, schmittianamente, possiamo chiamare la globale
Zeit? Da dove arriva, infatti, il processo di mondializzazione,
se non da quel richiamo potente, quanto provocante, proveniente dal primo
spalancarsi dell’Oceano nell’era delle grandi scoperte geografiche?
Fu il tempo non solo di Colombo, ma anche di pirati e balenieri, liberi
tutti, come grandi cetacei, di intraprendere rotte mai prima tentate nell’aperto
di un mare senza più confini, refrattario ad ogni nomos.
Fu a causa di questo stesso richiamo che l’Isola Inghilterra, abitata
da rustici allevatori di pecore, come ci racconta Schmitt, si de-cise
per il mare: «allora l’isola distolse il suo sguardo dal continente
e lo alzò sui grandi mari del mondo. Si disancorò e si trasformò
nel veicolo di un oceanico impero mondiale» (28).
Come una nave che salpi, il disancoraggio [Entankerung]
portò l’Isola a navigare lungo le rotte oceaniche, fino a
fondare, su questa malferma distesa, il suo mobile impero. Ma solo l’America,
il Nuovo Mondo, seppe davvero incarnare quello spirito oceanico che l’Inghilterra
aveva inaugurato. Il grande continente fece in grande quello che la piccola
isola aveva solo cominciato. Fin dal suo nascere, divenne straordinario
laboratorio della pratica dell’Illimite, fin dall’inizio incapace
di tracciare confini, di segnare frontiere, altrimenti che come una mobile
linea di avanzamento, sempre sul punto d’essere spostata più
avanti. Messina, 16 novembre 2001
8. C. Schmitt, Dialogo sul nuovo spazio (1958), in Terra e mare, cit., p. 99.
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